MARCO ZAFFARONI incontra CAI Legnano
HIMALAYA IN STILE "GITANTE"
CHI È MARCO ZAFFARONI?
MARCO ZAFFARONI, SEMPLICEMENTE “LO ZAFFA”
Il vecchio adagio che ricorda che non vi è correlazione tra l’abito talare e il monaco che l’indossa, è veritiero quanto sorprendente. E’ ciò che si può pensare quando per la prima volta incontri Marco Zaffaroni, uno che porta i capelli lunghi come negli anni 70, il pizzetto alternativo che punta dal mento verso terra, occhi neri che quando ti fissano sembrano giudicarti, ai piedi le Birkenstock, rigorosamente senza calzini. Anche d’inverno. Insomma, un identikit non facile di primo acchito, ma poi, quando gli stringi la mano e lui accende il sorriso, allora capisci come i pregiudizi abbiano segnato la storia dell’umanità.
Per scoprire chi è questo brianzolo verace ci vuole molto tempo, e anche un po’ di pazienza, e comunque si ha sempre la sensazione che manchi un pezzo per svelarne il personaggio, un po’ come nei romanzi di Simenon.
Zaffa l’imprenditore. E’ un prisma dalle mille sfaccettature. Eredita la piccola azienda di confezionamento di collant che il padre Giacomo ha costruito in tanti anni di duro lavoro insieme a mille proverbi milanesi che spiegano i piccoli fatti della vita quotidiana. Lo aspetta una vita se non proprio agiata almeno regolare, fatta di casa e “butega”, ma (perché c’è sempre un ma …) in lui non si spegne il sacro fuoco dell’irregolarità.
Zaffa il tosatore. «Dopo il diploma in agraria ho colto al volo l’opportunità di andare in Canada a lavorare con i bovini – dice sornione Marco – e lì ho scoperto una gran passione: quella di tosare questi splendidi animali». Oggi lo “Zaffa”, come tutto il mondo lo chiama, è uno dei più apprezza toelettatori di vacche: «Quando c’è una mostra bovina mi chiamano da tutt’Italia, a volte anche all’estero». Ma questo è solo uno dei tanti amori del nostro alpinista.
Zaffa lo sportivo. E’ lo sport che lo ammalia, e siccome è un ingordo di emozioni, rinuncia alla specializzazione di un’unica disciplina e scopre il triathlon: «Non tengo il conto ma credo di aver fatto 9 Ironman, forse dieci … non so». A questo si aggiungono diverse ultramaratone podistiche, gare e attraversate scialpinistiche, nonché la partecipazione a diverse prove adventure come il mitico Raid Galouisse.
Zaffa l’organizzatore. Poi, come se non bastasse, il suo spirito critico («si perché da atleta vedo cose che farei in modo diverso, e poi ero stanco di fare solo il clown o il trapezista, volevo provare a fare il direttore del circo» nicchia un po’ polemico) lo ha portato a valicare la palizzata e indossare i panni dell’organizzatore «ovviamente di gare di triathlon e duathlon o prove no-stop», sottolinea orgoglioso mostrando il logo della Friesian Team: un professore d’inglese anni fa lo tradusse come la “squadra delle vacche frisone”. L’ilarità fu totale, la pietà anche.
Zaffa l’alpinista. Cittadino del mondo, il nostro Zaffa, globalizzato ma scevro da tessere di partito, deciso a difendere il suo stato di libero pensatore e anarchico viandante, anche per dare una mano agli altri. La notte non dorme pensando al progetto del piccolo ospedale nel Dolpo, la regione più povera del Nepal, costruito insieme all’amico Mario Merelli: «Dopo aver fatto un 8.000 in Himalaya avevamo pensato che fosse giusto restituire qualcosa a quella gente che ogni volta che ci andiamo ci regala un calore senza prezzo». E non chiamatelo uomo dal cuore d’oro, si arrabbia e ti spegne il sorriso, e ti apostrofa dicendo «Io faccio solo quello che ho voglia di fare, se posso deciderlo: il mio medico curante non mi ha ordinato di costruire ospedali in Nepal! E’ semplicemente una cosa che ho sentito di dover fare, è venuta dalla pancia, è una cosa che mi fa stare bene, perché i super eroi ci sono solo nei fumetti».