QUESTA INTERVISTA RIPORTA IL PUNTO DI VISTA ORIGINALE DELL'AUTORE E ALPINISTA REINOLD MESSNER E PIU' DI OGNI ALTRA COSA CI PUO' ORIENTARE NELLA VISIONE DI QUESTO FONDAMENTALE DOCUMENTO DI ALPINISMO

A proposito del 1954, in Italia la lite del K2 è una questione mediaticamente ancora viva. Lei che idea si è fatto?

é una questione che non è mai stata definitivamente sciolta. io ho avuto la fortuna di conoscere e parlare con molti dei protagonisti. Con Erich Abram, con l'Hunza Mahdi, con Achille Compagnoni e anche con Lino Lacedelli. Soprattutto ho trascorso molto tempo con Walter Bonatti. Ho sentito nei loro racconti l’attrito che c’era tra i membri della spedizione.

L'idea che mi sono fatto è che questa lite, questa diatriba, non doveva nemmeno nascere. E non è nata per colpa degli alpinisti o di Desio. In primis è stato il giornalista che dieci anni dopo, nel 1964, ha scritto inventando o enfatizzando certi episodi e creando così la polemica. Io però non giudico: parlo solo di ciò che è certo al cento per cento.

Lei ritiene quindi che la causa della discordia non fosse la spedizione in sé, ma il modo in cui fu raccontata?

Sì. Tutto è nato da quanto scritto da un giornalista: gli altri poi hanno copiato e ingigantito la storia.

Nel 1964 tutti gli Ottomila erano stati saliti e l’interesse mediatico peer questo mondo era calato, ma dall'altra parte continuavano le grandi imprese sulle Alpi: invernali sull’Eiger, sulle Grandes Jorasses. Un anno dopo sarebbe arrivata una prima invernale per una via nuova sulla nord del Cervino. Chi ha in mano adesso la leadership dell'alpinismo? Non più Compagnoni, ma Walter Bonatti. Tra i due c'erano già stati attriti in spedizione, ora Compagnoni soffriva, perché non aveva la stessa forza o visione di Bonatti. 

Conoscendo questi dettagli, si può comprendere come Compagnoni possa aver sofferto più degli altri perché dopo il K2 si è sentito messo sull'ultimo gradino della scala.

Capire questo contesto è fondamentale: Compagnoni si è ritrovato dopo il K2 su un gradino più basso, e questo lo ha fatto soffrire. Questo era da raccontare, serve a inserire la vicenda nella storia dell’alpinismo.

Qualcosa l'ha già detto. Quali sono, secondo lei, le differenza tra i protagonisti della spedizione?

Compagnoni e Bonatti avevano capacità molto diverse.
Compagnoni non era al livello di Abram, Gallotti o Lacedelli. Lacedelli era un buon alpinista e aveva la fortuna di essere stimato da Desio.
Desio era stato soldato nella Prima guerra mondiale, Compagnoni nella Seconda: tra loro esisteva un legame anche oltre l’alpinismo. Quello che forse ha portato a mettere Bonatti un po’ da parte dopo la spedizione, pur avendo compiuto la manovra decisiva che rese possibile il raggiungimento della vetta.
Senza Bonatti non sarebbero arrivati in cima.
Ma la lite non nasce da questo: nasce da chi, scrivendo, offese profondamente Bonatti.

Quali sono state le principali difficoltà nel raccontare una storia così delicata e controversa?

Non è stato facile. Ho cercato di capire tutti: mi sono immerso nei punti di vista di ciascun protagonista: Compagnoni, Lacedelli e Bonatti. Bonatti è stato il più semplice da comprendere, perché lo conoscevo meglio.

Non attribuisco colpe a nessuno: la vera responsabilità di questa lite è di chi ha raccontato senza avere esperienza diretta di quella dimensione dell’alpinismo e dell’avventura.

Per me c’è una regola: l’alpinismo tradizionale è fare, non solo raccontare. Alle volte lo storytelling può diventare più importante dell’azione, ma solo chi ha vissuto certe esperienze può davvero raccontarle. e la storia dell'alpinismo è contenuta in tanti libri di alpinisti che hanno fatto salite importanti e che sanno bene cosa significa stare a quelle quote e fare un bivacco a quella quota. Bonatti è il primo esempio: oltre a essere un grande alpinista, è stato anche un grande scrittore. Anche per questo, in un certo senso, la vittoria finale fu sua. Non perché vinse la lite, ma perché seppe raccontare la verità dell’alpinismo.

Che cos’è, per lei, lo “storytelling” dell’alpinismo?

È il racconto non solo di ciò che è successo, ma delle emozioni vissute. Non delle quote, dei campi o dei numeri, ma della paura, della fiducia, della solidarietà tra esseri umani. Tutti elementi che sono insiti nell'alpinismo tradizionale.

A questo punto: oggi esiste ancora l'alpinismo tradizionale?

Oggi il 90% di chi arrampica lo fa in palestra, dove non si può cadere: è uno sport bellissimo, ma non è alpinismo tradizionale.

Io difendo l’alpinismo tradizionale perché oggi l’alta quota è diventata turismo: si può “comprare” la salita dell’Everest, e salire come fosse una via ferrata. Questo non è alpinismo: è un’esperienza di vacanza, non di avventura.

Nel 1954 il K2 era qualcosa che gli alpinisti di oggi non possono nemmeno immaginare. Il materiale girato allora è molto forte: mostra la fatica, il lungo viaggio, il rapporto con i locali, la luce che acceca, le difficoltà. Oggi chi parte per una spedizione spesso vola in elicottero sull’Everest: non conosce più quella dimensione di luce, di silenzio e di sofferenza.

Cosa spera che il pubblico colga dal suo film?

Spero che capisca che solo chi ha vissuto lassù, chi ha sofferto, chi ha passato una notte a ottomila metri può davvero raccontare questa storia. Non chi scrive al caldo della stufa, da casa.
E che tra gli alpinisti del 1954 nessuno meritava di soffrire per cinquant’anni per una vicenda travisata.